Per i piccoli impianti Biogas agricoli occorre flessibilità sulle matrici

È opinione condivisa che i piccoli impianti elettrici di biogas realizzati presso le aziende agricole debbano prioritariamente impiegare matrici povere ed a basso costo quali i reflui zootecnici. In Italia esistono, però, alcune barriere normative che impediscono l’uso di reflui di terzi negli impianti di biogas e che spingono paradossalmente all’impiego di colture dedicate.

I nuovi impianti di biogas agricolo

La valorizzazione degli effluenti zootecnici negli impianti di biogas è generalmente considerata una pratica molto virtuosa in quanto consente di produrre energia rinnovabile e di contenere le emissioni naturali di metano dei reflui riducendo allo stesso tempo, tramite una corretta gestione del ciclo delle deiezioni dalla produzione all’interramento del digestato, anche le emissioni di ammoniaca.
La Farm to Fork strategy invita, infatti, gli agricoltori europei ad investire in digestori anaerobici per la produzione di biogas da rifiuti e residui agricoli, come il letame ed il liquame. Ad oggi solo il 13-15% dei reflui zootecnici viene trattato negli impianti biogas .
Il DM 23 giugno 2016 incentiva la produzione di elettricità rinnovabile da biogas fissando una tariffa omnicomprensiva di 233 €/MWh per taglie elettriche fino a 300 kWe.
La Legge 145/2018 ha prorogato gli incentivi per i piccoli impianti, limitandoli però ad installazioni fino ad un massimo di 300 kWe facenti parte del ciclo produttivo di una impresa agricola, di allevamento, realizzati da imprenditori agricoli anche in forma consortile e la cui alimentazione deriva per almeno l’80 per cento da reflui e materie derivanti dalle aziende agricole realizzatrici e per il restante 20 per cento da loro colture di secondo raccolto.
Il recente Decreto Milleproroghe convertito nella Legge 26 febbraio 2021, n. 21 ha prorogato per il 2021 gli incentivi della Legge 145/2018 e la pubblicazione del Registro è attesa entro Settembre 2021.

I limiti dell’impiego esclusivo di reflui propri

Ancorché la formulazione letterale della norma si presti ad interpretazioni, l’interpretazione assodata è che sia i reflui che le materie debbano provenire dall’azienda agricola realizzatrice, escludendo l’impiego dei reflui di terzi, ancorché provenienti da stalle molto prossime all’impianto.
Questa formulazione penalizza, quindi, l’uso dei reflui zootecnici, a vantaggio delle colture dedicate aziendali. Non potendo, infatti, impiegare i reflui di aziende prossime, si ricorre alle colture dedicate. Il risultato è, quindi, opposto rispetto a quello che si vuole ottenere.
La soluzione di ricorrere ad un Consorzio non è normalmente percorribile per piccoli impianti stante la complessità della soluzione da un punto di vista fiscale. Il Consorzio non può, inoltre essere IAP ai sensi del D.Lgs. 99/2004 e le linee guida GSE precisano che è proprio il soggetto realizzatore dell’impianto che deve essere proprietario delle matrici impiegate.
Anche la scelta di ridurre la taglia dell’impianto in base alla sola disponibilità di reflui aziendali appare tecnicamente errata in quanto le taglie commerciali dei motori sul mercato sono ben definite e la scelta di un motore di piccola taglia comporta costi proporzionalmente più elevati, forte riduzione del rendimento elettrico delle macchine e peggioramento degli standard emissivi, con conseguente danno per l’ambiente e per l’azienda.
Come noto la situazione che vede presenti stalle di allevamenti fiscalmente diversi in prossimità dello stesso sito produttivo è molto diffusa in Italia e specialmente nella Pianura Padana ove stalle fra loro vicine ma gestite da aziende diverse, magari anche di parenti, è la norma.
In questo contesto il divieto di impiego dei reflui di terzi rappresenta un controsenso energetico ed ambientale, spingendo i produttori ad impiegare colture dedicate per colmare il gap di matrici necessario per alimentare il motore biogas prescelto.

La proposta

Una specifica norma volta a consentire l’impiego di reflui di terzi negli impianti in via generale a partire dalla sua entrata in vigore (e quindi con effetto anche sugli impianti già entrati in esercizio ai sensi della L. 145/2018) risolverebbe il problema consentendo la sostituzione di decine migliaia di tonnellate di insilati oggi impiegati negli impianti con effluenti zootecnici oggi non valorizzati.
Ove il legislatore volesse limitare l’impiego dei reflui siti a maggiore distanza dagli impianti, regola che però non è applicata ad altre tipologie di installazioni ben più grandi e rilevanti quali quelle per biometano o i biogas elettrici ante 2018, si potrebbe introdurre un limite di distanza. Cosa, però, poco utile in quanto è il costo di trasporto stesso a disincentivare automaticamente l’impiego di reflui molto lontani.
Con una banale modifica normativa sarà, quindi, possibile rendere più efficienti e virtuosi gli impianti biogas in coerenza con l’obiettivo di costruire una vera agricoltura circolare e sostenibile.

8 APRILE 2021

CMA – Consorzio Monviso Agroenergia

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